Brevi considerazioni sulla letteratura della Corea Popolare

Proponiamo un breve saggio sulla letteratura della RPD di Corea scritto da Davide Rossi, che ringraziamo per questo contributo.

corea-rossi1

Il testo è contenuto nel volume di Rossi Pyongyang, l’altra Corea, introduzione di Maurizio Scaini, postfazione di Flavio Pettinari, Mimesis Edizioni, 2012.

Il libro si trova nelle librerie ed è richiedibile al Centro Studi “Anna Seghers”: annaseghers@libero.it o direttamente all’editore Mimesis: commerciale@mimesisedizioni.it

Addentrarsi nella letteratura socialista è già di per sé arduo, essendo un sistema di valori, culturale, sociale, finanche linguistico, molto lontano dal nostro. Va tuttavia riconosciuto che la letteratura coreano-popolare, tanto quella eroico – militaresca, che ha caratterizzato il primo cinquantennio della Repubblica, quanto quella pedagogica dell’ultimo ventennio, è decisamente estranea a un certo maschilismo presente nella letteratura sudcoreana. Certo risente di un forte familismo, ovvero, del riconoscere nella famiglia il fulcro della società socialista, facendo proprio la scelta staliniana, la quale, accantonando le geniali proposte della compagna Alexandra Kollontaj, si è adeguata al sentimento popolare russo, poi valorialmente estesosi a tutti i paesi del campo socialista, superando la visione marxista che, a mio giudizio a ragione, leggeva nella famiglia – e nel suo ambito ristretto e non collettivo – l’origine di molte degenerazioni legate al concetto di proprietà e all’estensione sociale della stessa, tanto dal punto di vista teorico, quanto pratico – economico.

Protagonisti della letteratura coreano-popolare sono i lavoratori, i soldati, le madri e i padri di famiglia. Abbondano infatti non solo i contadini capaci di dissodare terre impossibili e gli operai che salvano preziose macchine industriali, ma molti combattenti, protagonisti delle diverse guerre che il popolo ha dovuto sostenere, prima contro l’imperialismo giapponese e dopo contro l’aggressione statunitense. Certo, Kim Il Sung, padre della patria, ha affermato: “un’arte e una letteratura realmente realiste e rivoluzionarie mostrano gli aspetti più belli e più nobili della vita umana”, favorendo un certo eroismo di maniera, ma questo non ha impedito alla letteratura della Corea Popolare di sviluppare testi ricchi di protagonisti tanto maschili, quanto femminili, capaci di incarnare, al pari della patria, dello stato e del partito, o parallelamente, o a completamento di questi, le virtù della semplicità, della bontà, della spontaneità, della dolcezza. È interessante come gli autori e le autrici non abbiano assegnato alle donne un ruolo ancillare rispetto agli uomini, ma, anzi, è interessante osservare come nelle donne si concentrino, moltiplicate ed esaltate, le qualità umane.

Va per altro segnalato che, alla fine della guerra del 1953, la maggioranza assoluta degli intellettuali, degli scrittori, degli artisti, sceglie di vivere nella Corea Popolare. Questi intellettuali rappresentano un gruppo eterogeneo che supera numericamente di molto quanti già avevano fatto una scelta, schierandosi con il socialismo, con slancio ed entusiasmo, aderendo fin dal 1945, con l’indipendenza nazionale, alla KAPF, ovvero la Federazione Coreana degli Artisti Proletari. Personalità di sentimenti patriottici, contrarie alla tutela a stelle e strisce imposta nel sud, scelgono la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Tra loro il poeta e primo storico della letteratura coreana Im Hwa, Kim Kirim, Yi Kiyong, Pak Taewon. Quanto accaduto in Corea rispecchia gli avvenimenti tedeschi, anche là, da Anna Seghers a Bertolt Brechet, da Heinrich Mann a Johannes Becher, scelgono la DDR e non la Germania Occidentale.

Sarà kim Jong Il, il nuovo capo di stato, dentro i difficili anni ’90, ad invitare gli scrittori a porre al centro della letteratura i saperi e la produzione materiale e immateriale, i tecnici e gli uomini di scienze, gli innovatori e gli sperimentatori, i creativi, più che i classici protagonisti della prima stagione della letteratura coreano-popolare. Secondo il critico Kim Chae Yong, con gli anni ’90 il romanticismo rivoluzionario viene superato dando spazio ai temi del lavoro e della critica sociale. Prevale, più che la denuncia del nemico di classe, la pedagogia rivoluzionaria, il metodo rivoluzionario di convincimento dei dubbiosi, il mondo di lavoro in tutte le sue sfaccettature, il contesto sociale che porta gli individualisti e gli egoisti a correggersi e a dar ragione a Che Guevara, il quale sosteneva che ragionare da individui e non come collettivo sia criminale.

È evidente la centralità del lavoro, nelle tematiche affrontate. Il lavoro e il suo miglioramento creano una costante tensione volta a fare meglio, in fabbrica, come in campagna, con la certezza che più ortaggi, come più pezzi meccanici, possono garantire a tutto il popolo di vivere meglio, con più serenità, se non con più agiatezza, e certamente con meno preoccupazioni. In questo senso va letto il ruolo dello stato e del partito, l’organizzazione del lavoro non risponde più alle dinamiche che per secoli hanno visto un conflitto di classe tra i pochi abbienti e i molti sfruttati, in cui i primi si facevano scudo delle leggi feudali e borghesi per assicurarsi lo sfruttamento dei secondi, ma alle necessità delle classi lavoratrici, che dopo alcuni decenni di socialismo corrispondono a tutto il popolo, emancipatosi da modalità di produzione che prevedessero la subordinazione degli uni rispetto agli altri. Riecheggia, anche se non esplicitamente espresso, il concetto marxiano di una società senza oppressi e senza oppressori, in cui ciascuno produce secondo le proprie capacità e ottiene quanto è conforme alle sue necessità. La fabbrica diventa così il luogo dove sboccia e si esprime la creatività, immaginando miglioramenti tecnici e produttivi.

Trova tuttavia anche spazio un forte e dura critica verso quei dirigenti, di fabbrica e di partito, che occupano burocraticamente il loro posto di lavoro, che mirano a un vantaggio personale, che non perseguono con la necessaria dedizione, con una corretta etica e con un fattivo disinteresse personale, i traguardi che la società tutta, nel suo insieme, si è data e si è posta.

Interessante notare come le certezze sociali, le conquiste non discutibili di casa, scuola, lavoro, pensione, salute, aprano nella letteratura un grande filone che potremmo definire di “recupero sociale”, ovvero una tensione, pagina dopo pagina, che prima stigmatizza quanti in cuor loro hanno maturato sentimenti contrari a una visione sociale e partecipata della vita e in ultima analisi della comunità nazionale, che invece si vuole sempre far percepire non come sommatoria di individui e gruppi, ma come luogo unito e unisono, per indirizzarli quindi al bene comune, al miglioramento e al progresso collettivo. Proprio il conflitto tra effimeri interessi personali e prioritari interessi collettivi acquisisce nelle opere più recenti una nuova attenzione nella letteratura coreana, ovviamente con la vittoria dei secondi.

Diverse donne emergono come scrittrici. Kang Puk Rye debutta a ventotto anni nel 1960 con “Festa di compleanno”, prosegue con “In un isolato villaggio di montagna” e arriva a “Una giornata della direttrice”, in cui una donna, a guida di una fabbrica, entra in conflitto con il marito che non la aiuta nelle faccende domestiche, fino al punto di immaginare di dover abbandonare il lavoro, scelta che ovviamente alla fine non compirà, perché la vita privata e l’affermazione attraverso il lavoro delle donne, non può essere schiacciata da atteggiamenti antisociali degli uomini. Di dieci anni più giovane, Yang Wi Son esordisce nel 1974 con “Il conducente del camion frigorifero” e nel recente “Ali impazienti” critica una fidanzata piena di pretese verso il suo ragazzo, il quale non riesce così a concentrarsi come vorrebbe nel progetto scientifico in cui è impegnato e che tanto beneficio produttivo dovrebbe portare, al meno nelle sue intenzioni, alla nazione e al popolo.

Un romanzo come “Amici” di Baek Nam Ryong è un buon esempio per comprendere i valori, i sentimenti, l’importanza della creatività e la sua alta considerazione dentro la società della Corea Popolare, nonché per leggere con attenzione la distanza tra l’idealizzazione della famiglia e la sua concretezza, fatta di dubbi, esitazioni, errori, passi avanti, ma amche passi sbagliati, slanci umani, spesso risolutivi. L’autore, nato nel ’49, fa parte del movimento letterario “15 aprile” il quale chiede una letteratura più realista e meno eroica, ritenendo che avesse ragione Bertolt Brecht nel definire il realismo socialista: “la fedele riproduzione della convivenza umana, effettuata dal punti di vista socialista, con i mezzi dell’arte.” Baek Nam Ryong inizia a scrivere a trent’anni, dopo un decennio in fabbrica come operaio. Una ventina le sue opere pubblicate. “Amici” narra la storia di un divorzio, o meglio di come il giudice in un paese socialista non sia un semplice registratore della separazione, un mero assistente della decisione maturata tra i coniugi, ma un attento verificatore delle loro intenzioni, delle possibilità di riconciliazione, della necessaria e prioritaria tutela dei figli. Non a caso il protagonista del romanzo, il giudice, riuscirà ala fine a rappacificare la coppia, la quale affrettatamente intendeva sciogliere la propria unione. La bellezza del romanzo sta nella sua capacità di travalicare la storia d’amore tra la cantante del collettivo di fabbrica, ovviamente impegnato in canzoni dai testi e dalle melodie ispirati “ai sentimenti ideologici del proletariato” e il marito operaio al tornio, mettendo in luce, quasi in parallelo, altre vicende di coppia, quella del magistrato e della sua compagna agronoma, spesso assente per lavoro nelle lontane e montagnose regioni del nord, quella di una insegnante dedita ai suoi studenti, con un marito tecnico incline all’alcol. Per tutti, con salti temporali, viene ferocemente confortata l’iniziale esaltante passione e lo smarrirsi di quel sentimento fremente e furibondo, fino al punto di perdersi per rivoli inconoscibili e inspiegabili, che trasformano i sorrisi degli inizi in precarie se non gelide convivenze. Anche in questo romanzo, come in molte altre pagine della letteratura coreano-popolare, emergono il rispetto reciproco, la modestia, l’abnegazione, l’onestà, come valori universali, universalmente accettati, accolti e promossi, quegli stessi valori che alla fine non solo rappezzano, ma danno nuovo slancio e nuovo senso alle coppie. Contrariamente ai più diffusi testi antropologici, che condividono l’interpretazione della nascita della famiglia monogamica come un ulteriore sviluppo dell’organizzazione privatistica della società, organizzata secondo i concetti e le necessità della proprietà, nel romanzo il giudice sostiene la tesi, a suo modo affascinante, secondo cui la famiglia monogamica sia una grande vittoria giuridica delle donne, capaci di imporre, vincendo la bramosia degli uomini, “una nuova vita morale nella storia degli esseri umani”. Il matrimonio come il divorzio in un paese socialista come la Corea Popolare, non sono insomma un fatto privato o amministrativo, ma sociale e politico, in quanto la famiglia, come detto, è vista come cellula imprescindibile della società.

Concludendo è evidente la pluralità, per quanto orientata, dei temi affrontati e l’assolutamente interessante ricchezza di opere, scrittori e scrittrici.

Spiace, occorre ammetterlo, la totale inesistenza in lingua italiana di questi romanzi e di questi racconti, pregiudicando, inevitabilmente, prima ancora della loro fruizione, una più larga conoscenza della loro esistenza.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...